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Il principe e l’architetto
Perché mi sta succedendo tutto questo? Era la domanda che si poneva ogni mattina guardandosi allo specchio. Aveva chiesto lumi ai maggiori interpreti della psicologia umana, ma nessuna risposta, o cura consigliata dai luminari di psicologia e psichiatria, era riuscita a risolvere, o almeno dare un senso al sogno, all’incubo ricorrente che tormentava le sue notti.
No, non avrebbe mai immaginato di trovare il bandolo della matassa nel deserto, in quell’immensa distesa di sabbia che il suo genio stava trasformando nella città dei sogni.
Il pastore che aveva passato la sua vita a pascolare capre e non aveva mai lasciato l’oasi da cui, ora, lo stavano sloggiando per inglobarla nel titanico piano urbanistico, prima di allontanarsi insieme al suo gregge gli aveva semplicemente chiesto: «Perché impegnarsi a costruire qualcosa di immenso, se non vivrai così a lungo per riuscire vedere la fine di ciò che stai creando?... I tuoi progetti, sono solamente tuoi, sono visioni che si spegneranno insieme alla tua mente. Tutto ciò che tocchi, che vedi, esiste finché tu esisti», e se n’era andato insieme alle sue capre, lasciandolo lì a rimuginare guardando l’oasi e immaginando di vederla svanire come un miraggio nell’attimo stesso in cui avrebbe esalato l’ultimo respiro.
Cercava risposte, ma il pastore si era limitato a porgli una domanda, che finì con l’aggravare il suo tormento.
«Potrebbe trattarsi di sindrome del solipsismo», aveva ipotizzato il suo amico psicologo. «Non ancora conclamata, ma sei sulla buona strada. Lo stress, il timore di non avere vita sufficiente per terminare il tuo capolavoro urbanistico, ti sta convincendo che tutto ciò che vedi e tocchi… potrebbe finire con te. Potresti persino giungere a temere di spegnere l’intero universo solamente chiudendo gli occhi; e allora, immaginando di risvegliarti dentro il nulla, per far sì che non accada passerai notti intere ad occhi aperti», aveva aggiunto, ipotizzando scenari sempre più inquietanti. Poi gli aveva consigliato di prendersi un po’ di tempo per sé, per risolvere i suoi problemi. «Un anno sabbatico, lontano dal lavoro e dai luoghi che te lo ricordano, potrebbe essere risolutivo; ma non te lo puoi concedere, lo comprendo… Prenditi almeno un mese. Ma che sia un mese veramente disconnesso da tutto. Una lunga vacanza lontano da qui, distante eoni dal tuo lavoro… E quando tornerai, ne riparleremo.»
Antonio Capriale, architetto di fama mondiale, non poteva permettersi di assentarsi nemmeno per un giorno: i lavori andavano a rilento, ogni giorno sorgevano nuovi intoppi, la sua presenza in cantiere non era necessaria; era indispensabile.
Doveva trovare qualcuno in grado di rassicurarlo…. Già, ma chi?
«Il pastore!» esclamò illuminandosi. «E’ stato lui a innescare il cortocircuito mentale, sarà lui a risolverlo spiegandomi il senso delle sue parole», tirò le somme, sollevato. Ricadere nello sconforto, fu questione di attimi. «Ha lasciato l’oasi insieme alle sue capre dieci giorni fa, dove sarà finito?» Ci pensò, conosceva qualcuno al corrente di tutto ciò che accadeva nel deserto. «Il principe, lo chiederò a lui.»
L’indomani sarebbe salito sull’aereo privato, messo a sua disposizione dal principe Abdullah Bin Salamin, il committente della faraonica opera, e sarebbe volato nel deserto: doveva mostrare al principe i disegni dell’oasi. Lo avrebbe chiesto a lui di rintracciare il pastore.
Quando l’aereo, dopo essersi fermato sulla pista, fece scendere la scaletta, il principe, con indosso thobe e ghutra candidi, scese dal grande fuoristrada bianco e si avviò.
Antonio, con indosso una sahariana di lino beige e dei pantaloni di lino bianchi, gli sorrise e iniziò a scendere la scaletta mentre il principe andava verso di lui.
Quando furono uno di fronte all’altro, il principe lo abbracciò, dicendo: «Rivedere gli amici, è sempre fonte di gioia».
«Essere considerato suo amico, è per me motivo d’orgoglio. La sua preziosa amicizia, è un dono custodito dentro il cuore», replicò Antonio appoggiando la mano destra sul lato sinistro del petto.
Il principe indicò il fuoristrada. «Vieni, gli investitori ci attendono all’oasi… armati di buone intenzioni», precisò usando un eufemismo. «Dovrai usare molta diplomazia, e altrettanta strategia, per convincerli.»
«Non si preoccupi, principe, saprò essere molto convincente», lo rassicurò Antonio.
Gli investitori a cui si riferiva il principe, erano gli amministratori delegati, e lo stuolo di collaboratori, in tutto una ventina di professionisti, dei fondi d’investimento che avevano finanziato il progetto.
Questi, insieme agli otto collaboratori dell’architetto che avevano sistemato disegni e plastico sul grande tavolo, piazzato sotto un grande tendone bianco tirato su accanto all’oasi, attendevano sorseggiando tè e altre bevande atte a combattere il clima torrido, servite da otto camerieri in livrea, di capire il punto di caduta economico.
Quando il principe e l’architetto li raggiunsero, dopo le presentazioni di rito si schierarono attorno al tavolo e, dopo aver ascoltato dalla voce partecipata di Antonio il senso della modifica apportata in corso d’opera al progetto originale, che non prevedeva d’inglobare l’oasi, e soprattutto l’esborso supplementare che avrebbe comportato per le casse delle loro società, lo misero sotto pressione con un fuoco di fila di domande, tese, se non a cassare completamente, almeno a ridurre l’impatto economico della nuova area da integrare nel progetto originale.
Durò più di tre ore la discussione, al termine della quale, apparentemente tutti soddisfatti, salirono sui fuoristrada bianchi con autista, messi a loro disposizione dal principe, e raggiunsero il palazzo dove, dopo la firma del nuovo capitolato, si sarebbe tenuto il sontuoso ricevimento.
Il ricevimento si concluse con una cena luculliana, terminata la quale, poco prima di mezzanotte, gli ospiti furono accompagnati nei loro hotel. Tutti tranne l’architetto Antonio Capriale. Per lui il principe, come ogni volta che doveva soggiornare nel deserto, aveva riservato un trattamento simile a un suo pari, o quasi: avrebbe trascorso la notte nell’ala del palazzo riservata agli ospiti di riguardo.
A volte, lui e il principe, facevano l’alba discutendo del progetto in corso. Ma non solo; l’architettura portava inevitabilmente la discussione a toccare altri temi: il benessere delle categorie sociali che avrebbero abitato la città ideale progettata da Antonio, accettando qualche consiglio del principe ove li ritenesse utili, e il riverbero che avrebbe avuto un progetto di completa rottura con il passato sull’architettura mondiale.
Il principe non era uno sprovveduto, aveva ottenuto la laurea in filosofia frequentando un prestigioso ateneo inglese. Terminati gli studi aveva intrapreso un lungo cammino di conoscenza culturale. Toccando tutti i continenti aveva avuto modo di confrontarsi con popoli e culture molto distanti dal suo sentire, ma non per questo meno interessanti. Dieci anni durò il suo peregrinare per cercare di capire come inserire sé stesso nel contesto naturale che lo circondava; e chissà per quanto tempo ancora sarebbe proseguito, se suo padre, vecchio e acciaccato, non lo avesse richiamato in patria per affidargli la guida del regno. Aveva quarant’anni quando assunse il ruolo che ora, dopo venticinque anni, gli stava permettendo di realizzare il più grande dei suoi sogni.
Stavano discutendo da un paio d’ore, quando Antonio chiese al principe del pastore. E quando questi gli chiese conto dell’interesse per un uomo che aveva trascorso l’intera vita pascolando il suo gregge nell’oasi… Antonio confidò, non al principe ma bensì all’amico, i suoi tormenti esistenziali e l’effetto dirompente delle parole del pastore sulla propria psiche.
«Era un invito a guardarti dentro», esordì il principe dopo averlo ascoltato. «Il pastore non risolverà i tuoi problemi. Tocca solamente a te, l’onere di capire dove e come stai sbagliando; o dove e come, invece, potrebbe condurti la ricerca di risposte sulle implicazioni del nostro agire dentro questo spicchio di tempo chiamato vita. Ciò che resterà, o non resterà, se lasceremo traccia del nostro passaggio quando lui», indicò con l’indice ben teso il cielo, «ci chiamerà… è scritto nel futuro. Credere ad occhi chiusi, senza poter toccare con mano… è difficile. Lo è per tutti, anche per coloro che credono fermamente», concluse con una punta di mestizia.
«Lo è anche per lei?» gli chiese allora Antonio.
«Soprattutto per me!» rispose. «Un’intero popolo dipende dalle mie scelte future. Per questo non mi è concesso sbagliare…» guardò Antonio. «Credo che molti uomini, forse in qualche misura tutti, si siano posti, se non le stesse, domande simili a quelle che stanno tormentando la tua mente.»
Antonio colse le parole del principe come l’incipit di una confessione che avrebbe potuto aiutarlo, e allora prese coraggio e osò chiedergli: «Il suo tormento…»
«E’ sovrapponibile al tuo!» lo stupì senza dargli il tempo di concludere la domanda.
La risposta abbatté l’ultimo diaframma. Ora non si stava più confrontando con il principe, ma con un suo pari, un uomo che aveva dovuto superare i suoi stessi tormenti e si stava aprendo come non aveva mai fatto con nessun altro per aiutarlo. «Dunque, anche il principe ha dovuto scalare una montagna, prima di vedere la luce», realizzò.
Il principe annuì. «Di montagne da scalare, ne ho ancora molte. E non basterà l’intera vita a superarle tutte. Ma almeno questa… l’ho lasciata alle spalle. C’è stato un tempo, non breve, in cui ero convinto che tutto questo: il palazzo, il regno, si sarebbe dissolto nell’istante esatto in cui avrei chiuso gli occhi per non riaprirli più… Ne parlai con l’unica persona che ritenevo in grado di aiutarmi: mio padre. “Il palazzo, il regno, non puoi cancellarli chiudendo gli occhi. Non li hai creati tu, e nemmeno io; c’erano da prima che vedessimo la luce”. Argomento difficile, impossibile da confutare. Non per me, che provai in tutti i modi a ribaltare l’assioma: “Per creare un presente credibile, dovevo prima costruire un passato che sopportasse la narrazione. Così, dopo aver scritto la trama, il copione, ho girato il film e, infine, ho proiettato la mia realtà. Questa realtà. La realtà in cui siamo imprigionati tutti noi, sino alla parola: fine. Poi, si accenderanno le luci, e resterà solamente uno schermo bianco e la sala vuota”. Mio padre approfittò della metafora cinematografica per confutare la mia tesi: “Ma ciò che tu avrai creato, la pellicola del film che avrai girato resterà nel proiettore, non andrà distrutta, non svanirà insieme a te. E quando le luci si spegneranno in sala, il film tornerà ad essere proiettato sullo schermo perché le generazioni future possano godere lo spettacolo della vita che si rinnova”.» Osservando Antonio comprese di non essere riuscito a convincerlo. L’aveva spinto a riflettere, ma non l’aveva ancora convinto. «Ti stai chiedendo se mio padre era riuscito a convincermi», affermò sicuro.
Antonio annuì. «Posso permettermi di chiederle se ci riuscì?»
«No, non ci riuscì», rispose il principe. «Ma non demorse… Anche perché, mi confessò in seguito, anche lui aveva dovuto combattere la mia stessa battaglia. E anche lui, come avrei fatto io molti anni dopo, si rivolse a suo padre… che gli insegnò come, dove e quando guardarsi dentro per comprendere e dialogare con il tutto che ci circonda… Ho seguito la strada tracciata da mio nonno per mio padre, e da lui a me trasmessa, e ho raggiunto il giusto equilibrio. Ora so cosa porterò con me…» indicò il cielo con l’indice, «quando Allah lo vorrà. Porterò con me il ricordo dei luoghi che ho frequentato, delle persone che ho amato… ma tutto ciò che ho contribuito a creare, nel bene e anche nel male, resterà cesellato nella sabbia, nella roccia, in ogni luogo che ho calcato lasciando un segno tangibile del mio passaggio.»
«Come… dove… quando», fece un meditabondo Antonio. Volse lo sguardo sul principe, e tanto bastò.
«Sì, amico mio, posso fartene dono, se lo desideri.»
«La ringrazio, principe.»
«Dovrai inoltrarti nel deserto, camminare sin dove riuscirai a vedere solo sabbia illuminata dalla Luna. E lì, immerso nel silenzio…» mimò il gesto di raccogliere qualcosa dal pavimento, «prendendo una manciata di sabbia,» volse lo sguardo alla mano aperta, «guardandola scivolarti fra le dita comprenderai che nulla di ciò che tocchi, afferri e vorresti tenere sino a considerarlo parte del tuo essere, della tua creatività… è stato, è o sarà per sempre tuo», incrociò lo sguardo dell’architetto. «Solo dopo che lo avrai compreso, osservando la Luna e le stelle nel cielo, la luce della conoscenza fluirà nella tua mente… E quando il primo Sole spunterà dietro la duna ad est… se avrai saputo meditare con animo sereno, capirai che l’uomo può creare città, conquistare terre ignote, distruggere culture, finanche cancellare l’intera umanità usando le armi che ha creato… ma non potrà mai spegnere l’universo chiudendo gli occhi per sempre…» si puntò l’indice in mezzo al petto. «Null’altro che l’anima, porteremo con noi per prostrarci al cospetto di Allah, il giorno del giudizio… Lo farai? Andrai a meditare per un’intera notte nel deserto?» gli chiese alla fine.
«Sì, principe, lo farò!» rispose convinto. «Presto, ci andrò molto presto.»
«Spero possa esserti utile, come lo è stato per me e per mio padre. Accetta un ultimo consiglio: non essere precipitoso, non basta trascorrere una notte nel deserto, per capirlo, per non subirlo. Dovrai prepararti spiritualmente, trovare il tuo equilibrio aureo, se vuoi superare la lunga notte che avvolge i tuoi pensieri. A volte, la conoscenza tende a escludere la fede; e non è bene: potrebbe impedirti di apprezzare la luce della nuova alba. Ora sta a te, rifletti su quanto ti ho appena detto, e dopo aver meditato e approfondito il rapporto tra fede e conoscenza… quando ti sentirai pronto affronta a viso aperto i turbamenti interiori, le ombre che aleggiano cupe sul tuo presente.»
«Seguirò il suo saggio consiglio, principe. Quando sarà il momento di combattere i miei fantasmi, saprò farmi trovare pronto… Sì, lo saprò!» chiosò serrando il pugno.
Se l’architetto Antonio Capriale sia riuscito a risolvere il dilemma che lo assilla, non ci è ancora dato sapere; lo scopriremo quando, dopo aver raggiunto l’equilibrio fra conoscenza e fede, avrà compiuto la sua traversata del deserto.
FINE